"If you keep doing what you have always done you are going to keep getting what you have always got" - W.L.Bateman

domenica 15 aprile 2012

Un bruciore incosciente



È incredibile come lo stereotipo del medico serve spesso come esempio ideale a una serie di neologismi in inglese, in particolare la serie alcoholic (workaholic, chocaholic, coffeeholic, cocaholic, ecc), e ad alcune sindromi della società moderna come quella da workaholism (lavoro-dipendenza). Le nuove dipendenze rappresentano l'esaltazione di un'attività quotidiana diffusa; essa, più precisamente, si configura come dipendenza "senza uso di droghe", di modo lecito, condivisa e ormai estremamente apprezzata a livello sociale. Quando una dipendenza dal lavoro si cronicizza è, inoltre, possibile osservare anche degli esiti patologici che compaiono in fase avanzata, ed è in questo momento che si manifesta la burnout syndrome, sindrome dell'Esaurimento Emotivo.
Un questionario standardizzato nominato Maslach Burnout Inventory (MBI) è usato nella valutazione di un sospetto comportamento burnout, che è allora descrito come "...an erosion of the soul caused by a deterioration of one's values, dignity, spirit and will."  Ho preferito mantenere la frase in inglese perchè mi sembra di essere più espressiva. Queste figure sono caricate da una duplice fonte di stress: il loro stress personale e quello della persona aiutata. La sindrome ha un'influenza negativa sull'empatia medico paziente, ed è probabilmente causa di ulteriori dipendenze, come abuso di alcool e uso di sostanze stupefacenti, che nel futuro possono portare a situazioni estreme. Secondo studi pubblicati, la media di suicidio tra i medici è tra 28 e 40 per 100.000 mentre quella della popolazione generale è 12 per 100.000, una probabilità più che doppia, e anche più alta rispetto ad altre professioni. 
L'incidenza reale di sindrome da burnout nell'ambito medico è ancora sconosciuta, e si presume che abbia inizio ancora durante la formazione universitaria. Secondo un recente studio olandese in Psychological Reports, non meno del 40% dei medici di base andrebbe incontro ad elevati livelli di burnout. Un declino successivo della qualità di vita accompagnato da un deterioramento del benessere fisico possono essere i primi segni, che a una fase avanzata si trasformano in apatia fino ad una vera e propria "morte professionale".
I disagi trasportati sul piano personale si riflettono nelle elevate percentuali di medici divorziati, e coloro che presentano disordini dell'umore (specialmente depressione). La frequenza di divorzio tra i medici è del 10-20% più alta rispetto a quella della popolazione generale. Inoltre le coppie che includono un medico e che rimangono sposate riferiscono matrimoni infelici.
Non è che a questo punto essere un medico single sarebbe una scelta migliore? Nel nostro trainning professionale siamo costretti a sviluppare una certa indifferenza sentimentale, ci trasformiamo in essere umani insensibili e raggioniamo su un mondo totalmente diverso dagli altri professionisti. Finché non capita di avere un colloquio con uno "normale" non-medico, continuiamo nell'innocenza di pensare che la nostra vita personale sia indipendente della professionale. E quando ci renderemo conto sarà ormai tardi. Non vogliamo mica sposarci con la medicina, per poi avere in regalo una sindrome da burnout. Non vogliamo essere insensibili e stereotipati, c'è tutta una vita al di là della medicina, questa sì ci fa diventare delle persone interessanti, impossibili da stereotipare, o in linea di massima, da nominare enjoyaholic, tripaholic, adventureaholic, hobbyaholic...

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