Ho la testa coperta, capelli nascosti, e solo gli occhi sono visibili. Mi nascondo sotto un hijab, che in arabo significa "rendere invisibile, celare allo sguardo, nascondere, coprire" e viene comumente usato in riferimento al velo islamico. Adesso che è inverno in Pakistan si sta proprio bene sotto, non ho bisogno di altro per farmi calde le orecchie, e penso proprio mi possa anche proteggere dai virus che ci sono in aria. Guardo i miei occhi allo specchio, devo adesso parlare anche tramite loro, così come fanno tutte le altre donne pakistane coperte dal velo. È la bellezza interna che si vuole vedere ma gli occhi sono talmente espressivi che alla fine dicono oltre a quello che si vorrebbe.
In pronto soccorso sono l'unica donna medico, e lavorano accanto a me nove medici uomini pakistani, tutti più giovani, alcuni appena laureati. Faccio io la loro supervisora. Tutte le mattine cominciamo con il solito round dei pazienti che sono in sala di emergenza, e sono sempre tanti. Dal neonato che arriva con distress fetale all'anziano in coma si possono vedere le più diverse emergenze mediche. Siamo l'unico ospedale distrettuale in un raggio di circa 100 Km, e nei dintorni ci sono strade che danno accesso alla zona di confine con Afganistan. Su queste strade transitano camion pieni di merci e anche di persone, che si appiccicano pericolosamente e rischiano di perdere la vita. Le donne vanno sempre sedute dietro con i bambini, ma anche loro diventano vittime dagli incidenti, e i bambini sono spesso i più gravemente feriti.
Stamattina è arrivata una paziente in barella in arresto cardiorespiratorio. I famigliari dicevano che aveva avuto un malessere subito a casa venti minuti prima e per strada già non respirava più e non rispondeva ai comandi. Le manovre di rianimazione cardiorespiratoria sono cominciate, medici ed infermieri si impegnavano per salvarla. Nel frattempo ha anche presentato un aritmia (quando i battiti del cuore non sono sincronizzati) e nel tentativo di ristabilire il ritmo si è applicata una manovra di cardioversone elettrica. In questo momento tutti gli oggetti di metallo devono essere rimossi immediatamente dal corpo del paziente. La paziente portava con se un piccolo portafoglio nascosto dietro alla veste che copriva il tronco, e dentro aveva un po' di soldi, che sono dati al suo famigliare presente. Lei aveva anche gioielli dorati, probabilmente oro, che usava come braccialetti e orecchini. Nel Pakistan, le donne apprezzano l'uso di gioielli perché riflettono lo status sociale e il livello di ricchezza sostenuto. Possedere gioielli in oro significa far parte della classe media nella società. Ma la paziente aveva anche una lunga treccia ornata da tradizionali piccoli oggetti di stoffa fatti a mano. Il suo velo era stato rimosso da quando arrivata in sala di emergenza. Lui adesso copriva parte del suo corpo, che era immobile. Dopo minuti di rianimazione e nessuna reazione si decide per interrompere le manovre e si identificano ormai segni di morte. Rimango lì accanto a lei, aiuto l'infermiera a preparare il corpo prima di essere trasportato dai parenti, si usa un nastro di garze per mantenere il capo stabile e le gambe unite per evitare spostamenti. Alla fine si rimette il velo sul capo, nascondendo anche il viso. Lei era di nuovo coperta con il suo hijab.

